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Una galoppata notturna per portare la morte. È la corsa della femina
agabbadori, consolatrice dei moribondi in Gallura. La donna che batteva le campagne
come unombra correva lungo i sentieri vicini al mare; arrivata nella casa dove la
malattia stava irrimediabilmente consumando qualcuno, con un colpo preciso di martello al
capo poneva fine a tutte le sofferenze.
Chiamata dai familiari del moribondo, tollerata dalle istituzioni e dalla Chiesa, rimossa
dalla coscienza e dalla tradizione gallurese. A Luras, nel museo etnografico
Galluras cè lultimo mazzolu, così si chiama in
gallurese il martello della femina agabbadori. Lo custodisce gelosamente Pier
Giacomo Pala, ideatore ed proprietario del museo: ha trovato il martello in uno stazzo. Un
oggetto che certo non tranquillizza. Non è costruito a regola darte, più che altro
è un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico che permette
unimpugnatura sicura e precisa. Lo strumento che amministrava la morte negli stazzi.
Suggestione orribile, eppure affascina la figura della donna che sino alla fine
dellOttocento ha aiutato i malati ad evitare una lunga agonia.
«Nel museo "è Pala a parlare" abbiamo anche altri oggetti rituali che
accompagnavano le ultime ore dei malati terminali. Come ad esempio lu iualeddu,
un piccolo giogo in legno che veniva messo sotto il cuscino del moribondo». La
riproduzione del giogo simboleggiava la fine della vita. Staccato dai buoi (la forza che
trainava laratro e il carro), rappresentava il corpo dellammalato, privo di
vigore e incapace ormai di assolvere al suo compito. Ma se lu juali aveva un
valore simbolico, il martello della femina agabbadori è un oggetto funzionale e
soprattutto, sino alla seconda metà dellOttocento, funzionante.
Franco Fresi, studioso delle tradizioni della Gallura, ha scritto pagine interessanti sul
martello e conosce bene largomento. Dice: «Ho avuto la possibilità di parlare
direttamente con il nipote di una donna che aveva aiutato i malati a morire. Un uomo molto
anziano che aveva superato i 100 anni. Mi ha raccontato di questa eutanasia praticata in
Gallura. Unusanza che oggi può apparire terribile ma che negli stazzi, lontani
molti giorni di cavallo da un medico, serviva ad evitare le sofferenze e aveva un suo
significato. Il fatto che fosse affidata ad una donna significa che aveva una importanza
notevole».
Le cose andavano così. «La femina agabbadori arriva nello stazzo di notte,
sempre. Ai familiari che le stavano di fronte e che lavevano chiamata diceva questa
frase: Deu ci sia (Dio sia qui). Poi faceva uscire dalla stanza del
moribondo tutti i presenti. La donna assestava il colpo mazzolu provocando la
morte del malato. Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte. Tanto è vero che la
parola agabbadori deriva dallo spagnolo acabar, terminare, ma alla
lettera dare sul capo. La femina agabbadori andava via dallo stazzo
senza chiedere niente, accompagnata dalla gratitudine dei familiari del malato».
Largomento del martello è stato trattato più volte da antropologi e studiosi di
tradizioni popolari. Uno dei primi a parlarne è Vittorio Angius nel 1832; ma Zenodoto
cita Eschilo che parla delle usanze di una colonia cartaginese in Sardegna: usanze che
prevedono il sacrificio degli anziani. Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca
a Gairo, dove venivano soppressi gli anziani e i malati. Il martello che in Gallura viene
chiamato mazzolu ha un corrispondente nel Nuorese, dove viene indicato come mazzoccu,
e in Campidano dove invece si usava il termine mazzocca.
La pratica delleutanasia rurale è legata al rapporto che si aveva in
Sardegna con la morte. Dellargomento si è occupato Alessandro Bucarelli,
cagliaritano, ordinario di medicina legale dellUniversità di Sassari, aprendo ad
Alghero, un anno fa, un convegno di medicina necroscopica. «Sì "spiega il
docente" in quelloccasione dovevo spiegare perché fosse stata scelta la
Sardegna come sede del convegno. NellIsola storicamente cè stato un rapporto
tutto particolare delluomo con la morte. Un atteggiamento che può essere definito
realistico. Non è mai esistito nella cultura della comunità sarda un terrore vero e
proprio rispetto allultimo atto della vita di un uomo. Anzi si può parlare quasi di
una gestione della morte. Il fenomeno della femina agabbadori, o in logudorese acabbadora,
va inquadrato in questo modo: i familiari si adoperano per evitare che il malato soffra
pene atroci e mettono fine alla sua esistenza. Fra laltro sono venuto a conoscenza
degli ultimi episodi in Sardegna di eutanasia, praticata con strumenti come il martello
della femina agabbadori. Uno nel 1952 a Orgosolo ed un altro, meno recente, che
risale al 1929 proprio a Luras. I carabinieri, nel verbale riguardante questultimo
episodio, specificarono che i familiari avevano dato il loro consenso alla soppressione
del malato».
Andrea Busia |
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