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    12 luglio 2001 CULTURA Pagina 41

Una galoppata notturna per portare la morte. È la corsa della femina agabbadori, consolatrice dei moribondi in Gallura. La donna che batteva le campagne come un’ombra correva lungo i sentieri vicini al mare; arrivata nella casa dove la malattia stava irrimediabilmente consumando qualcuno, con un colpo preciso di martello al capo poneva fine a tutte le sofferenze.
Chiamata dai familiari del moribondo, tollerata dalle istituzioni e dalla Chiesa, rimossa dalla coscienza e dalla tradizione gallurese. A Luras, nel museo etnografico “Galluras” c’è l’ultimo mazzolu, così si chiama in gallurese il martello della femina agabbadori. Lo custodisce gelosamente Pier Giacomo Pala, ideatore ed proprietario del museo: ha trovato il martello in uno stazzo. Un oggetto che certo non tranquillizza. Non è costruito a regola d’arte, più che altro è un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico che permette un’impugnatura sicura e precisa. Lo strumento che amministrava la morte negli stazzi.
Suggestione orribile, eppure affascina la figura della donna che sino alla fine dell’Ottocento ha aiutato i malati ad evitare una lunga agonia.
«Nel museo "è Pala a parlare" abbiamo anche altri oggetti rituali che accompagnavano le ultime ore dei malati terminali. Come ad esempio lu iualeddu, un piccolo giogo in legno che veniva messo sotto il cuscino del moribondo». La riproduzione del giogo simboleggiava la fine della vita. Staccato dai buoi (la forza che trainava l’aratro e il carro), rappresentava il corpo dell’ammalato, privo di vigore e incapace ormai di assolvere al suo compito. Ma se lu juali aveva un valore simbolico, il martello della femina agabbadori è un oggetto funzionale e soprattutto, sino alla seconda metà dell’Ottocento, funzionante.
Franco Fresi, studioso delle tradizioni della Gallura, ha scritto pagine interessanti sul martello e conosce bene l’argomento. Dice: «Ho avuto la possibilità di parlare direttamente con il nipote di una donna che aveva aiutato i malati a morire. Un uomo molto anziano che aveva superato i 100 anni. Mi ha raccontato di questa eutanasia praticata in Gallura. Un’usanza che oggi può apparire terribile ma che negli stazzi, lontani molti giorni di cavallo da un medico, serviva ad evitare le sofferenze e aveva un suo significato. Il fatto che fosse affidata ad una donna significa che aveva una importanza notevole».
Le cose andavano così. «La femina agabbadori arriva nello stazzo di notte, sempre. Ai familiari che le stavano di fronte e che l’avevano chiamata diceva questa frase: “Deu ci sia” (Dio sia qui). Poi faceva uscire dalla stanza del moribondo tutti i presenti. La donna assestava il colpo mazzolu provocando la morte del malato. Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte. Tanto è vero che la parola agabbadori deriva dallo spagnolo acabar, terminare, ma alla lettera “dare sul capo”. La femina agabbadori andava via dallo stazzo senza chiedere niente, accompagnata dalla gratitudine dei familiari del malato».
L’argomento del martello è stato trattato più volte da antropologi e studiosi di tradizioni popolari. Uno dei primi a parlarne è Vittorio Angius nel 1832; ma Zenodoto cita Eschilo che parla delle usanze di una colonia cartaginese in Sardegna: usanze che prevedono il sacrificio degli anziani. Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca a Gairo, dove venivano soppressi gli anziani e i malati. Il martello che in Gallura viene chiamato mazzolu ha un corrispondente nel Nuorese, dove viene indicato come mazzoccu, e in Campidano dove invece si usava il termine mazzocca.
La pratica dell’eutanasia “rurale” è legata al rapporto che si aveva in Sardegna con la morte. Dell’argomento si è occupato Alessandro Bucarelli, cagliaritano, ordinario di medicina legale dell’Università di Sassari, aprendo ad Alghero, un anno fa, un convegno di medicina necroscopica. «Sì "spiega il docente" in quell’occasione dovevo spiegare perché fosse stata scelta la Sardegna come sede del convegno. Nell’Isola storicamente c’è stato un rapporto tutto particolare dell’uomo con la morte. Un atteggiamento che può essere definito realistico. Non è mai esistito nella cultura della comunità sarda un terrore vero e proprio rispetto all’ultimo atto della vita di un uomo. Anzi si può parlare quasi di una gestione della morte. Il fenomeno della femina agabbadori, o in logudorese acabbadora, va inquadrato in questo modo: i familiari si adoperano per evitare che il malato soffra pene atroci e mettono fine alla sua esistenza. Fra l’altro sono venuto a conoscenza degli ultimi episodi in Sardegna di eutanasia, praticata con strumenti come il martello della femina agabbadori. Uno nel 1952 a Orgosolo ed un altro, meno recente, che risale al 1929 proprio a Luras. I carabinieri, nel verbale riguardante quest’ultimo episodio, specificarono che i familiari avevano dato il loro consenso alla soppressione del malato».

Andrea Busia